Retribuzione per lavoro domestico straordinario e notturno, la Sentenza della Corte di Cassazione

Nel recente pronunciamento della Corte Suprema di Cassazione, sentenza n. 14438 del 23 maggio 2024, si è discusso un caso significativo riguardante la retribuzione del lavoro straordinario e notturno in base alle disposizioni del Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro (CCNL) per i lavoratori domestici. La decisione riguarda un ricorso presentato da una badante non convivente, con importanti implicazioni per la regolamentazione del lavoro notturno discontinuo e la definizione di orario di lavoro effettivo.

Il caso

La controversia originava dal ricorso di una lavoratrice domestica contro la sua datrice di lavoro, per la richiesta di compensazione delle differenze retributive dovute per un periodo di lavoro che copriva dall’8 gennaio 2018 al 18 febbraio 2020. La lavoratrice sosteneva di aver prestato assistenza notturna alla madre della datrice per 84 ore a settimana in una fascia oraria dalle 20.30 alle 8.30, ricevendo un pagamento solo per 40 ore settimanali. Il tribunale di primo grado aveva parzialmente accolto la richiesta, ma la decisione era stata ribaltata dalla Corte d’Appello di Torino, la quale aveva riconosciuto una corretta retribuzione basata su un contratto di lavoro part-time al 50%.

La questione giuridica

Il nucleo della disputa era se le ore lavorate oltre un determinato monte ore settimanale dovessero ricevere una retribuzione aggiuntiva come straordinario, nonostante l’accordo su una paga mensile forfettizzata per le prestazioni notturne discontinue. La Corte di Cassazione è stata chiamata a interpretare gli articoli del CCNL in relazione ai principi generali sul lavoro straordinario e alla normativa sul lavoro notturno discontinuo.

Lavoro straordinario per le badanti non conviventi

Si configura solo quando:

  • L’orario di lavoro effettivo supera l’orario normale di lavoro convenzionalmente stabilito dalle parti (in questo caso, 40 ore di lavoro effettivo).
  • Le prestazioni lavorate oltre il limite di 54 ore di lavoro discontinuo stabilito dal CCNL siano, alla stregua del concreto svolgimento del rapporto di lavoro, irrazionali e pregiudizievoli per la salute del lavoratore.

Nel caso in esame, la badante non ha lavorato più di 40 ore settimanali e non ha fornito la prova della particolare gravosità della sua prestazione oltre le 54 ore stabilite dal CCNL. Pertanto, la Corte ha ritenuto che non sussista il diritto al lavoro straordinario.

La decisione della Corte

La Corte ha confermato la decisione d’appello, stabilendo che la badante era stata correttamente retribuita con un compenso mensile fisso, adeguato alla natura discontinua del servizio prestato, che non richiedeva la presenza continua della lavoratrice. È stato evidenziato che l’effettiva prestazione lavorativa si concentrava principalmente in tre ore serali, con ampi periodi di inattività notturna che permettevano riposo, escludendo quindi la necessità di un ulteriore compenso straordinario.

Questa sentenza rappresenta un importante chiarimento sulla interpretazione del CCNL relativo al lavoro domestico, in particolare riguardo la gestione delle ore di lavoro notturno e le condizioni sotto le quali il lavoro straordinario deve essere retribuito. La decisione sottolinea l’importanza di una corretta definizione contrattuale delle ore di lavoro e di una equa retribuzione in base alla reale prestazione lavorativa, anche in contesti di lavoro discontinuo e notturno.

Il verdetto della Corte di Cassazione con la sentenza n. 14438/2024 fornisce una guida essenziale per i datori di lavoro e i lavoratori nel settore domestico, stabilendo parametri chiari per il calcolo della retribuzione in casi di lavoro notturno discontinuo. Questo caso ribadisce l’importanza di una interpretazione accurata degli accordi contrattuali e dei CCNL, confermando che la protezione dei diritti dei lavoratori passa attraverso l’applicazione coerente e ragionata della normativa vigente.

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Il periodo di prova nel lavoro domestico

Il periodo di prova rappresenta una fase iniziale e delicata di qualsiasi rapporto di lavoro, non è da meno l’ambito del rapporto di lavoro domestico. Anche in questo settore, infatti, il periodo di prova rappresenta una fase nella quale datore di lavoro e collaboratore domestico si valutano reciprocamente. L’uno valuta le attitudini e l’aderenza del lavoratore domestico alle proprie esigenze e l’altro valuta lo svolgimento del lavoro oltre che l’interazione con il datore di lavoro.

La normativa di riferimento

La costituzione del rapporto di lavoro domestico è subordinata all’esito favorevole del periodo di prova, che deve risultare da atto scritto in quanto ha una natura giuridica pattizia.

Secondo l’articolo 12 del CCNL del lavoro domestico sottoscritto anche dall’Associazione DOMINA per parte datoriale, i lavoratori inquadrati nei livelli D) e D super) ed i lavoratori operanti in regime di convivenza indipendentemente dal livello di inquadramento, sono soggetti ad un periodo di prova regolarmente retribuito di 30 giorni di lavoro effettivo. Per i restanti rapporti di lavoro, il periodo di prova è di 8 giorni di lavoro effettivo.

Il lavoratore che abbia superato il periodo di prova senza aver ricevuto comunicazione di recesso s’intende automaticamente confermato. Il servizio prestato durante il periodo di prova va computato a tutti gli effetti dell’anzianità.

Se il lavoratore è stato assunto come prima provenienza da altra Regione, senza avere trasferito la propria residenza, e la risoluzione del rapporto non avvenga per giusta causa, dovrà essere dato dal datore di lavoro un preavviso di 3 giorni o, in difetto, la retribuzione corrispondente.

Nei contratti a tempo determinato, la durata è proporzionale alla durata e alle mansioni del contratto stesso. In caso di rinnovo per le stesse mansioni, non è previsto un nuovo periodo di prova.

Recesso durante il periodo di prova

Il periodo di prova può essere sospeso o prolungato in caso di eventi come malattia, infortunio, congedo maternità o paternità obbligatori. Durante questo periodo, entrambi i soggetti possono recedere dal contratto senza preavviso o indennità. In caso di scioglimento anticipato, il datore di lavoro è tenuto a retribuire le ore lavorate e le competenze accessorie.

Qui il fac-simile per le dimissioni durante il periodo di prova

Qui il fac-simile per il licenziamento in caso di mancato superamento della prova

Anzianità di servizio e contrattazione collettiva

L’attività lavorativa svolta dal domestico durante il periodo di prova è conteggiata ai fini dell’anzianità di servizio..

Per rendere proficuo il periodo di prova, è fondamentale una comunicazione chiara e trasparente tra le parti, oltre che uno spirito di collaborazione e flessibilità. Per il lavoratore è fondamentale comprendere a fondo le mansioni da svolgere e le relative modalità richieste dal datore di lavoro; mentre il datore di lavoro, dovrà conoscere il lavoratore e i criteri che adotta per rendere i servizi in modo che possa valutarli in base alle sue necessità.

Infine, è chiaro che è importante conoscere i propri diritti e doveri per affrontare questo periodo con serenità. In caso di dubbi o necessità, è consigliabile rivolgersi sempre a un consulente del lavoro o a un’organizzazione sindacale.

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Trattamento fiscale e adempimenti per i datori di lavoro

Nel contesto del lavoro domestico, la figura del datore di lavoro riveste un ruolo cruciale, non solo nella gestione quotidiana ma anche nel rispetto delle normative fiscali e previdenziali. Il rapporto di lavoro domestico, seppur disciplinato da specifiche norme, presenta talvolta delle criticità, soprattutto in materia di tutela del datore di lavoro. In questo articolo, approfondiremo gli adempimenti fiscali e previdenziali a suo carico, evidenziando i suoi diritti e le sue garanzie. 

I doveri fiscali del datore di lavoro domestico 

In Italia, il datore di lavoro domestico non agisce come sostituto d’imposta. Questo significa che non è tenuto alle ritenute alla fonte, al versamento delle trattenute o agli obblighi dichiarativi usuali per altri datori di lavoro (art. 23, D.P.R. n. 600/1973). Nonostante ciò, è fondamentale che il datore di lavoro domestico adempia ad alcune responsabilità specifiche per garantire la trasparenza e la correttezza fiscale. 

Primo fra tutti, il datore di lavoro è tenuto a consegnare al lavoratore domestico una dichiarazione annuale che riporti la totalità delle somme e dei valori erogati nel periodo d’imposta, oltre all’importo delle somme previdenziali trattenute. Questa dichiarazione sostituisce il modello CU e permette al lavoratore di presentare la propria dichiarazione dei redditi. Dovrà inoltre: 

  • Conservare la documentazione relativa al rapporto di lavoro, incluse le buste paga e le ricevute di pagamento. 
  • Effettuare il versamento dei contributi previdenziali all’INPS, secondo le aliquote vigenti. 

Qui il modulo facsimile da compilare per la Certificazione Unica

L’importanza della documentazione e della trasparenza 

La corretta gestione della documentazione è essenziale. Mantenere registri accurati non solo facilita la compilazione della dichiarazione annuale, ma serve anche come protezione in caso di ispezioni o contestazioni. La trasparenza e la correttezza nella documentazione possono significativamente ridurre il rischio di sanzioni o di complicazioni legali legate a eventuali disguidi o incomprensioni sul piano fiscale e contributivo. 

Nonostante la non sostituzione d’imposta riduca alcuni oneri fiscali, i datori di lavoro domestico devono essere preparati a gestire eventuali contenziosi. Avere una conoscenza approfondita della normativa vigente e delle procedure corrette è cruciale. In tal senso, può essere opportuno consultare regolarmente un avvocato specializzato in diritto del lavoro, che possa fornire consulenze aggiornate e specifiche per il settore domestico. 

 Quali contributi sono deducibili in sede di dichiarazione dei redditi? 

I datori di lavoro che impiegano colf, badanti, baby-sitter, assistenti familiari o altri lavoratori domestici sono tenuti a versare contributi previdenziali e assistenziali. Tali contributi, a differenza delle spese detraibili, possono essere dedotti nella dichiarazione dei redditi, ma solo per la quota a carico del datore di lavoro. Prima di addentrarci nello specifico, è bene fare una chiara distinzione tra deducibile e detraibile: 

  • Deducibile: spesa che viene sottratta dal reddito lordo prima del calcolo delle tasse. 
  • Detraibile: spesa che viene sottratta dall’imposta da versare, calcolata sul reddito imponibile. Le detrazioni non sono sempre al 100%, ma generalmente al 19%. 

Nello specifico caso dei contributi per colf e badanti: 

Si possono dedurre le somme a carico del datore di lavoro, fino a un massimo di €1.549,37 annui, versate nell’anno precedente e solo se si è in possesso delle ricevute di pagamento con le seguenti caratteristiche: 

  • contenenti la sezione informativa sul rapporto di lavoro domestico; 
  • che siano intestate all’INPS; 
  • con pagamento tramite PagoPA; 

I contributi versati dal datore di lavoro domestico devono essere indicati nel rigo E23 del modello di dichiarazione dei redditi. 

Non sono, invece, deducibili le spese sostenute nel 2020 e rimborsate dal datore di lavoro come sostituzione di retribuzioni premiali (indicate nel rigo E24 della Certificazione Unica con codice onere 3). È bene indicare anche che solo il datore di lavoro domestico può dedurre i contributi, anche se i pagamenti avvengono da conti correnti non intestati a lui. 

 Qui il fac simile relativo agli oneri deducibili

Perché PagoPA? 

A partire dal 2020, l’INPS ha reso obbligatorio il pagamento dei contributi tramite avviso PagoPA. Il datore di lavoro domestico riceverà l’Avviso di Pagamento PagoPA direttamente dall’INPS via e-mail o PEC. 

Il pagamento può essere effettuato tramite: 

  • Portale web INPS: accedendo alla sezione “Pagamenti” e selezionando l’opzione “PagoPA”. 
  • App IO: scaricando l’applicazione sul proprio smartphone e selezionando il servizio “PagoPA”. 
  • Banche, uffici postali e altri Prestatori di Servizi di Pagamento (PSP) aderenti al circuito PagoPA. 

Per il pagamento con PagoPA, non è necessario conservare le ricevute di pagamento con le caratteristiche indicate in precedenza, basterà, infatti la ricevuta telematica rilasciata al termine del pagamento. 

Utilizzare il sistema di pagamento PagoPA porta con sé svariati vantaggi: 

  • Maggiore sicurezza e tracciabilità dei pagamenti; 
  • Riduzione dei tempi di elaborazione dei pagamenti; 
  • Maggiore comodità per i datori di lavoro domestici. 

 

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Lavoro domestico: determinazione e versamento dei contributi

In un panorama lavorativo in continua evoluzione, il settore del lavoro domestico assume un’importanza sempre maggiore, sia per le famiglie che si avvalgono di queste prestazioni sia per i lavoratori che ne fanno parte. Una corretta gestione degli aspetti contributivi è fondamentale per garantire diritti e doveri di entrambe le parti. Di seguito, una panoramica sui principali aspetti da considerare. 

Determinazione dei contributi 

La determinazione dei contributi previdenziali nel lavoro domestico segue criteri specifici che tengono conto dell’orario di lavoro e della retribuzione oraria. Il legislatore distingue tra lavoro superiore alle 24 ore settimanali, per il quale il contributo è fisso, e lavoro uguale o inferiore a 24 ore settimanali, per il quale il contributo varia in base alla retribuzione oraria effettiva. Quest’ultima comprende la retribuzione di fatto, l’incidenza della tredicesima mensilità e il valore convenzionale di vitto e alloggio. 

La retribuzione oraria effettiva si confronta con fasce di retribuzione orarie convenzionali, aggiornate annualmente in base alle variazioni ISTAT (INPS circ. n. 23/2024), per stabilire il contributo orario adeguato. Inoltre, è necessario considerare il contributo CUAF per tutti i rapporti di lavoro domestico, fatta eccezione per alcune relazioni familiari specifiche che intercorrano, ad esempio, tra coniugi, parenti o affini fino al terzo grado conviventi (art. 1, D.P.R. n. 1403/1971). 

Il processo di calcolo dei contributi comprende la verifica dell’orario di lavoro, la determinazione della retribuzione effettiva, e la moltiplicazione del contributo orario per il numero delle ore lavorate nel trimestre di riferimento. Infine, si deve valutare anche la durata del rapporto di lavoro, ad esempio, nel caso di rapporto di lavoro a tempo determinato, si deve considerare l’applicazione del contributo addizionale come previsto dall’art. 2, c. 28, L. n. 92/2012. 

Versamento dei contributi del lavoratore domestico 

Il versamento dei contributi deve avvenire entro dieci giorni dalla fine di ogni trimestre, attraverso diverse modalità quali il bollettino MAV, il portale pagamenti INPS, o i soggetti aderenti al circuito “Reti Amiche”.  

Qui i trimestri di riferimento: 

  • gennaio, febbraio e marzo (scadenza: 10 aprile); 
  • aprile, maggio e giugno (scadenza: 10 luglio); 
  • luglio, agosto, settembre (scadenza: 10 ottobre); 
  • ottobre, novembre, dicembre (scadenza: 10 gennaio). 

L’INPS offre la possibilità di gestire le modalità di ricezione dei MAV, sia in fase di iscrizione che di variazione del rapporto di lavoro, semplicemente attraverso il sito e per tutti i soggetti che possiedono il PIN. 

Attraverso l’inserimento del codice fiscale del datore di lavoro e il codice di riferimento del rapporto è lo stesso sistema che indica l’importo dei contributi da versare, che sono calcolati sulla base delle comunicazioni rilasciate al momento dell’assunzione o in caso di successive variazioni. Ad ogni modo, la circolare n. 49/2011 dell’INPS comunica che è possibile variare gli elementi di calcolo che occorrono per calcolare l’importo. 

Ogni sistema di pagamento, poi, garantisce una doppia copia della ricevuta, ad eccezione del pagamento a mezzo MAV; in questo caso, infatti, sarà il datore di lavoro a compilare la ricevuta da consegnare al lavoratore con data di pagamento e firma, assumendosi la responsabilità di quanto indicato.  

Il lavoratore, poi, può verificare l’estratto contributivo accedendo al sito INPS, anche se ciò non attesti un valore certificativo. 

Innovazioni nel sistema di versamento, l’app IO 

Rispondendo alle esigenze di modernizzazione e semplificazione, l’INPS ha introdotto nell’applicazione “IO” un servizio per il pagamento telematico dei contributi, facilitando ulteriormente le procedure per i datori di lavoro. Questa innovazione si inserisce nell’ambito delle iniziative previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), dimostrando l’attenzione verso una gestione più efficace e meno onerosa degli obblighi contributivi. 

Gestione della malattia: Cas.sa.colf 

È Cas.sa.colf a erogare le prestazioni relative al rimborso del trattamento economico di malattia. Attiva dal 1° luglio 2010, la cassa malattia prevista dal c.c.n.l. ha come scopo quello di gestire i trattamenti assistenziali e assicurativi in favore dei lavoratori domestici. 

L’iscrizione alla Cassa è obbligatoria, come indicato dall’applicazione del c.c.n.l., sia per i datori di lavoro che per i dipendenti, così com’è obbligatorio il versamento dei contributi a carico del datore e del lavoratore domestico. 

Nel pagamento dei contributi previdenziali va inserito anche il costo per Cas.Sa.Colf indicando il *codice F2* , moltiplicando l’orario lavorativo del trimestre (il medesimo indicato per pagare i contributi INPS) per Euro 0,06. 

La corretta gestione degli aspetti contributivi nel lavoro domestico è essenziale per garantire la tutela dei lavoratori e la trasparenza per i datori di lavoro. La conoscenza approfondita delle normative e l’utilizzo degli strumenti messi a disposizione dall’INPS rappresentano passi fondamentali verso un equilibrio lavorativo e previdenziale sostenibile e giusto. 

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Assunzione colf e badanti: esonero dei contributi previdenziali

Il settore del lavoro domestico riveste un ruolo cruciale nell’economia e nel tessuto sociale italiano, fornendo assistenza essenziale a famiglie e individui, in particolare a coloro che necessitano di cure specializzate come gli anziani non autosufficienti.  

Il decreto PNRR (D.L. n. 19 del 2024) ha introdotto misure significative per sostenere questo settore, offrendo un totale esonero dai contributi previdenziali per i datori di lavoro che assumono colf e badanti con contratti a tempo indeterminato, fino a un massimo di 3.000 euro annui, parametrati su base trimestrale e per un periodo massimo di 24 mesi. Lo sgravio è finanziato dal Programma Nazionale Giovani, Donne e Lavoro 2021-2027 ed è valido fino al 31 dicembre 2025. 

L’obiettivo dell’esonero contributivo nel lavoro domestico 

Questo esonero contributivo mira non solo a ridurre il carico finanziario sui datori di lavoro, ma anche a promuovere l’occupazione legale e regolarizzata nel settore domestico, aumentando la sicurezza lavorativa per gli assistenti domestici e migliorando la qualità dell’assistenza fornita agli anziani non autosufficienti.  

Beneficiari specifici di questa agevolazione includono datori di lavoro domestico che assumono o trasformano contratti a tempo indeterminato per la cura di persone anziane, con un focus particolare su quelle di età superiore agli 80 anni e beneficiarie dell’indennità di accompagnamento. 

La normativa prevede criteri precisi per l’accesso a questo beneficio, includendo requisiti legati all’età del datore di lavoro e al valore dell’indicatore della situazione economica equivalente (ISEE), puntando così a indirizzare il sostegno verso chi ne ha maggiore necessità.  

È importante sottolineare che il beneficio è negato in caso di precedenti rapporti di lavoro cessati recentemente tra le parti o in presenza di vincoli familiari stretti, sebbene siano previste eccezioni in specifici contesti di assistenza. 

In particolare, lo sgravio spetta in riferimento a: 

1) Invalidi: 

  • Invalidi di guerra civili e militari; 
  • Invalidi per causa di servizio; 
  • Invalidi del lavoro, fruenti dell’indennità di accompagnamento. 

 2) Mutilati e invalidi civili: 

  • Mutilati e invalidi civili fruenti delle provvidenze di cui alla legge 30 marzo 1971, n. 118; 
  • Mutilati e invalidi civili esclusi da dette provvidenze per motivi economici e non per il grado di menomazione. 

3) Ciechi civili: 

  • Ciechi civili fruenti del particolare trattamento di pensione previsto dalla legge 10 febbraio 1962, n. 66; 
  • Ciechi civili che avrebbero diritto al trattamento di pensione se non avessero un reddito superiore ai limiti stabiliti dalla legge. 

4) Sacerdoti secolari di culto cattolico. 

5) Componenti di comunità religiose o militari di tipo familiare. 

Come sono distribuite le risorse del PNRR 

  • 10 milioni di € per il 2024; 
  • 39,9 milioni di € per il 2025; 
  • 58,8 milioni di € per il 2026; 
  • 27,9 milioni di € per il 2027; 
  • 0,6 milioni di € per il 2028. 

Oltre alle disposizioni del decreto PNRR, è fondamentale considerare il contesto più ampio del lavoro domestico in Italia, caratterizzato da una crescente domanda di assistenza domiciliare qualificata. La regolarizzazione del lavoro domestico e l’introduzione di incentivi fiscali rappresentano passi importanti verso il riconoscimento del valore fondamentale di questi lavoratori nella società. 

La regolamentazione del lavoro domestico si inserisce in un quadro più ampio di politiche volte a sostenere l’occupazione, l’inclusione sociale e la coesione familiare. Investire in misure di supporto per il lavoro domestico significa riconoscere l’importanza di questo settore per il benessere di individui e famiglie, e rappresenta un impegno verso la creazione di un mercato del lavoro più equo e inclusivo. 

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Diritti previdenziali e assistenziali per il lavoratore domestico

La gestione dei diritti previdenziali e assistenziali dei lavoratori domestici rappresenta un campo complesso, ma fondamentale del diritto del lavoro e della previdenza sociale. La legge italiana prevede specifiche coperture assicurative per questi lavoratori, le quali meritano un’analisi approfondita per garantire la piena tutela dei loro diritti. Questo articolo intende offrire una panoramica delle varie forme di assistenza e previdenza sociale a loro disposizione. 

Lavoratore domestico: l’assicurazione   

Per quanto riguarda l’IVS (Invalidità, Vecchiaia e Superstiti) e la disoccupazione involontaria, non esistono regole specifiche per i lavoratori domestici. Questo significa che, in caso di determinate situazioni o eventi, si applicano le normali leggi vigenti in materia.  

Assegno per il nucleo familiare 

Il lavoratore domestico può richiedere l’assegno per il nucleo familiare laddove soddisfi i requisiti reddituali necessari. Questo viene erogato direttamente dall’INPS, senza che il datore di lavoro debba anticiparne l’importo, perciò, la domanda deve essere presentata direttamente all’INPS utilizzando l’apposito modulo. 

Congedo di maternità e paternità per il lavoratore domestico 

Ai lavoratori domestici spettano il congedo di maternità/paternità e il relativo trattamento economico, come previsto per i lavoratori di altri settori e come disciplinato dall’art. 62, D.Lgs. n. 151/2001. È, invece, l’art. 4, c. 1 del D.P.R. n. 1403/1971 a definire i criteri per i quali al lavoratore domestico spetti o meno l’indennità corrisposta dall’INPS. 

In particolare, perché sia legittima l’indennità di maternità/paternità è necessario che – al di là di un rapporto di lavoro in essere – siano stati versati, nei 24 mesi antecedenti l’inizio dell’astensione obbligatoria, 52 contributi settimanali ovvero 26 contributi settimanali nei 12 mesi precedenti la data di inizio dell’astensione stessa; ciò anche relativamente a settori diversi da quello domestico. 

Una volta che saranno stati accertati suddetti requisiti contributivi sarà l’INPS a stabilire l’indennità; ad ogni modo, alla lavoratrice domestica in maternità obbligatoria spetterà l’80% della retribuzione convenzionale sulla quale sono stati calcolati e versati i contributi.  

Lavoratore domestico in malattia 

In caso di malattia il lavoratore domestico ha diritto alla conservazione del posto oltre che alla retribuzione o a un’indennità per il periodo di assenza – che sono a carico del datore di lavoro – ma non gli spetta, invece, un trattamento economico a carico dell’INPS. Relativamente a ciò, i contributi versati all’INPS saranno impiegati per garantire il trattamento sanitario e farmaceutico. 

Per offrire ulteriore tutela, è stata istituita la cassa malattia Cas.sa.colf, che interviene a rimborso delle spese sostenute dal datore di lavoro, amministrando i trattamenti assistenziali e previdenziali in favore del lavoratore domestico, attraverso un’integrazione o sostituzione delle prestazioni a carico degli Istituti pubblici. 

La Cassa Colf è operativa dal 1° luglio 2010. Per poter usufruire dei suoi servizi, è necessario: 

  • aderire al Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) che ha istituito e regola la Cassa Colf; 
  • iscrivervi sia il dipendente che il datore di lavoro; 
  • versare i contributi previsti, a carico sia del lavoratore che del datore di lavoro domestico. 

Infortuni e malattie professionali dei lavoratori domestici 

Tenendo conto di quanto indicato dall’art. 2110 c.c. al fine di concedere l’indennità al lavoratore domestico, il datore di lavoro è tenuto a comunicare l’infortunio o la malattia professionale all’INAIL entro 24 ore per gli eventi mortali, entro 2 giorni dal ricevimento del certificato medico per eventi non guaribili entro 3 giorni, o entro 2 giorni dal ricevimento del certificato medico per eventi guaribili entro 3 giorni, ma non guariti entro tale termine. 

Inoltre, è sempre il datore di lavoro che deve corrispondere al lavoratore la retribuzione globale di fatto per i primi 3 giorni di assenza. L’eventuale importo convenzionale – in sostituzione di vitto e alloggio – è da erogarsi solo se il lavoratore non è degente in ospedale o presso il domicilio del datore di lavoro. 

L’infortunio o la malattia professionale sospende il decorrere del periodo di prova e del preavviso, se l’evento si verifica durante questi casi.  

La tutela dei lavoratori domestici in Italia prevede una serie di misure previdenziali e assistenziali mirate a garantire i diritti e il benessere di questa categoria di lavoratori. È fondamentale che datori di lavoro e lavoratori stessi siano informati sui loro diritti e sui modi per esercitarli. Per ulteriori informazioni o assistenza, si consiglia di rivolgersi a un professionista esperto in diritto del lavoro e della previdenza sociale. 

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Estinzione del rapporto di lavoro domestico

L’estinzione del rapporto di lavoro rappresenta il processo attraverso il quale si pone fine a un rapporto lavorativo tra datore di lavoro e lavoratore. Ciò può avvenire per diverse ragioni, che vanno dalla volontà unilaterale di una delle parti sino alla scadenza naturale del contratto di lavoro, passando per accordi consensuali o eventi esterni che rendono impossibile la prosecuzione del rapporto.  

Nel contesto del lavoro domestico, caratterizzato dalla prestazione di servizi all’interno dell’abitazione del datore di lavoro (come assistenza, pulizia, custodia), l’estinzione del rapporto di lavoro assume connotazioni specifiche regolate da normative che mirano a tutelare sia il lavoratore che il datore di lavoro, tenendo conto della particolare natura del lavoro svolto. 

Le cause di estinzione del rapporto di lavoro domestico 

Possono essere molteplici le cause che rendono necessario interrompere un rapporto di lavoro, così come per i diversi tipi di lavoro subordinato. 

Interruzione durante il periodo di prova 

Il periodo di prova nel lavoro domestico permette a entrambe le parti di valutare l’idoneità del lavoratore alla mansione assegnata. Durante questo periodo, sia il datore di lavoro sia il lavoratore possono recedere dal rapporto di lavoro senza necessità di preavviso o indennità sostitutiva, fornendo una flessibilità iniziale nel rapporto lavorativo. 

Risoluzione consensuale 

Questa casistica fa riferimento all’accordo che intercorre tra il datore di lavoro domestico e il lavoratore per terminare il rapporto di lavoro. Sebbene rientri nella disciplina generale dei contratti, per il lavoro domestico è esclusa l’applicazione dell’art. 26 D.Lgs. n. 151/2015, che evita l’obbligo della forma telematica per la validità della risoluzione. 

Licenziamento 

Nel lavoro domestico si discosta dalle rigide normative applicabili ai rapporti di lavoro ordinari. Non essendo soggetto alle limitazioni previste per altri tipi di licenziamento, il datore di lavoro può recedere dal rapporto anche senza giusta causa o giustificato motivo, purché rispetti i termini di preavviso, che variano in base all’anzianità di servizio e alla tipologia di mansione svolta. 

Dimissioni 

Il lavoratore domestico può dimettersi dal rapporto di lavoro, rispettando il periodo di preavviso previsto per legge, a meno che non sussista una giusta causa dovuta a grave inadempienza del datore di lavoro. In questo caso, le dimissioni non richiedono di essere trasmesse per via telematica affinché siano efficaci, a differenza di quanto invece previsto per altre categorie di lavoratori. 

Morte del Lavoratore 

Essendo il rapporto di lavoro domestico qualificato come intuitu personae, la morte del lavoratore comporta automaticamente l’estinzione del rapporto di lavoro, senza possibilità di successione. 

Il trattamento di fine rapporto nel lavoro domestico 

Al termine del rapporto di lavoro, il lavoratore domestico ha diritto a un trattamento di fine rapporto (TFR), calcolato secondo la legge sulla base delle retribuzioni percepite, comprensive di eventuali indennità di vitto e alloggio. Le quote annue accantonate sono incrementate conformemente alla legge, con specifiche ulteriori gestite dalla contrattazione collettiva. 

L’estinzione del rapporto di lavoro domestico è regolata da normative che cercano di bilanciare le esigenze di flessibilità e protezione delle parti coinvolte. La comprensione di queste norme è fondamentale per garantire il corretto svolgimento e la conclusione dei rapporti di lavoro nel settore domestico, contribuendo così alla creazione di un ambiente lavorativo equo e rispettoso dei diritti di tutti i soggetti coinvolti. 

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La casa dell’anziano alla badante: un’alternativa per le famiglie in difficoltà

Assumere una badante per un anziano non autosufficiente può essere un’impresa ardua per molte famiglie. Un lavoratore domestico, che svolge con perizia il proprio lavoro e su base oraria ampia ha un costo elevato, dato da: stipendio, contributi, vitto e alloggio e molto spesso questo costo supera le possibilità economiche degli anziani che percepiscono una pensione esigua e magari non possono usufruire del sostegno di figli e parenti. Una recente sentenza della Cassazione, però, ammette un metodo di pagamento differente, vediamo quale:

Cessione della nuda proprietà alla badante

La sentenza 28329 del 10 ottobre 2023 ha aperto una nuova strada, ammettendo la possibilità di cedere la nuda proprietà della propria casa alla badante che in cambio presta la propria assistenza. Secondo la Corte di Cassazione, tale accordo è assolutamente legale, a patto che non vi siano casi di lesione della quota legittima degli eredi in sede donazione e/o casi di circonvenzione di incapace.

Prima di approfondire ulteriormente, però, spieghiamo cosa si intende per nuda proprietà.

Nuda proprietà: cos’è?

È un diritto reale, contrapposto all’usufrutto. Chi cede la nuda proprietà è proprietario dell’immobile, ma non può usarlo e goderne. L’usufruttuario, invece, ha il diritto di utilizzare e godere dell’immobile, come se fosse il proprietario, per un periodo di tempo determinato (ad esempio, la vita dell’usufruttuario stesso) o indeterminato.

Perché può essere utile questo strumento?

  • Per ottenere liquidità: il nudo proprietario può ottenere una somma di denaro dalla vendita della nuda proprietà, pur mantenendo il diritto di vivere nell’immobile.
  • Per pianificare la successione: la nuda proprietà può essere ceduta agli eredi in anticipo, per evitare future contestazioni.
  • Per garantirsi l’assistenza: come nell’esempio sopracitato, la nuda proprietà può essere venduta a una badante in cambio di assistenza e cure.

Torniamo ora al caso in esame e alla decisione della Corte di Cassazione.

Casa alla badante in cambio di assistenza

Nel caso specifico esaminato dagli Ermellini, una donna aveva contestato la cessione della nuda proprietà della casa della madre defunta alla badante, sostenendo una sproporzione tra il valore del bene e il compenso per l’assistenza prestata.

La Cassazione ha però respinto il ricorso, evidenziando che:

  • L’anziana era capace di intendere e di volere al momento della stipula del contratto;
  • Non vi era sproporzione tra il valore della casa e l’impegno di assistenza;
  • Le condizioni di salute dell’anziana – all’epoca del contratto – non facevano presagire un decesso imminente.

Alla luce di quanto determinato dalla sentenza, la cessione della casa alla badante può essere un’opzione percorribile, ma è fondamentale che vengano rispettati alcuni requisiti:

  • Capacità di intendere e di volere dell’anziano: al momento della stipula del contratto, l’anziano deve essere in grado di comprendere appieno la portata del suo atto.
  • Proporzione tra il valore del bene e l’impegno di assistenza: il valore della casa non deve essere eccessivamente sproporzionato rispetto all’assistenza prestata dalla badante.
  • Assenza di circonvenzione di incapace: l’anziano non deve essere stato indotto a stipulare il contratto contro la sua volontà o sotto l’influenza di pressioni indebite.

Cosa valutare prima di cedere la casa alla badante

Sebbene questa strada sia percorribile, è bene che si valutino attentamente diversi aspetti, quali:

  • Le reali necessità dell’anziano: è fondamentale valutare il livello di assistenza richiesto e se la badante sia in grado di fornirla adeguatamente.
  • Il valore della casa: è opportuno ottenere una stima aggiornata del valore dell’immobile per evitare squilibri eccessivi con il compenso per l’assistenza.
  • Le implicazioni fiscali: la cessione della nuda proprietà comporta il pagamento di alcune imposte.
  • I diritti degli eredi: la cessione della casa potrebbe ledere la legittima degli eredi.

Alla luce della complessità della materia è, dunque, altamente consigliabile richiedere la consulenza di un avvocato esperto e di un commercialista per valutare la fattibilità dell’operazione, le eventuali implicazioni di questa scelta e tutelare i diritti di tutte le parti coinvolte.

La Sentenza della Corte di Cassazione: Sentenza 28329_2023

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Contributi INPS 2024 per i lavoratori domestici

CONTRIBUTI INPS: VERSAMENTI, SCADENZE E MODALITÀ 

L’assunzione di un collaboratore domestico, come una colf o una badante, rappresenta un importante aiuto per molte famiglie. Tuttavia, oltre alla retribuzione mensile, il datore di lavoro è tenuto a versare i contributi INPS per il lavoratore. In questo articolo, parleremo dell’importo dei contributi dovuti per l’anno 2024. 

I contributi INPS per i lavoratori domestici sono disciplinati dalla legge n. 339/1995 e successive modifiche. La legge stabilisce l’obbligo per il datore di lavoro di versare i contributi previdenziali per il lavoratore, al fine di garantirgli la copertura in caso di: 

  • Malattia; 
  • Maternità; 
  • Invalidità; 
  • Vecchiaia. 

L’importo dei contributi INPS per i lavoratori domestici si aggiorna annualmente in base all’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati. Per l’anno in questione, il 2024, l’aumento dei contributi è pari al 5,4% e le nuove tabelle sono state pubblicate con la circolare INPS n. 23/2024 del 29 gennaio 2024. 

Suddetta circolare rammenta anche che rimangono in vigore: 

  • gli esoneri previsti dall’articolo 120, commi 1 e 2, della legge 23 dicembre 2000, n. 388, con decorrenza 1° febbraio 2001; 
  • gli esoneri istituiti ai sensi dell’articolo 1, commi 361 e 362, della legge 23 dicembre 2005, n. 266; 
  • la minore aliquota contributiva dovuta per l’Assicurazione Sociale per l’Impiego (ASpI) dai datori di lavoro soggetti al contributo CUAF. 

Quota 103 per il lavoratore domestico 

La legge 29 dicembre 2022 (n. 197) offre ai lavoratori dipendenti che soddisfano i requisiti per la pensione anticipata flessibile un’opzione: la possibilità di rinunciare all’accredito di una parte dei contributi previdenziali. 

In parole semplici, significa che il lavoratore può scegliere di non versare la quota di contributi a suo carico per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti. In cambio, riceverà direttamente questa somma, che non sarà più accantonata per la pensione. 

Cosa comporta questa scelta? 

Per il lavoratore: 

  • Aumento del reddito mensile, grazie alla ricezione diretta della quota di contributi; 
  • Riduzione dell’importo della futura pensione. 

Per il datore di lavoro: fine dell’obbligo di versare la quota di contributi a carico del lavoratore. 

È possibile esercitare questa facoltà a partire dalla prima scadenza utile per il pensionamento, come previsto dalla normativa vigente. 

È bene sottolineare che la rinuncia ai contributi è una scelta irreversibile. 

Calcolo dei contributi INPS per il lavoro domestico 

Il calcolo dei contributi INPS per i lavoratori domestici è piuttosto complesso, in quanto dipende da diversi fattori: 

Retribuzione mensile lorda del lavoratore, le fasce di retribuzione per l’anno 2024 sono: 

  • Fino a € 1.048,63 
  • Da € 1.048,64 a € 1.572,96 
  • Superiore a € 1.572,96 

Orario di lavoro settimanale: 

Se inferiore a 25 ore settimanali, l’aliquota contributiva è più elevata. 

Tipologia di contratto: 

Per i contratti a tempo determinato, si applica un contributo addizionale a carico del datore di lavoro, che ammonta all’1,40% della retribuzione imponibile ai fini previdenziali (retribuzione convenzionale). È importante specificare che l’addizionale non si applica ai lavoratori assunti a termine in sostituzione di lavoratori assenti. 

Come versare i contributi INPS 

I contributi INPS per i lavoratori domestici devono essere versati dal datore di lavoro entro il 16 del mese successivo a quello di riferimento. Il pagamento può essere effettuato tramite: 

  • MAV (bollettino precompilato): inviato dall’INPS al datore di lavoro 
  • Online: tramite il sito web dell’INPS o tramite i canali di pagamento abilitati (CBILL, pagoPA) 

Oltre al pagamento dei contributi, il datore di lavoro è tenuto ad assolvere ad altri adempimenti: 

  • Comunicare l’assunzione del lavoratore all’INPS entro 24 ore dall’inizio del rapporto di lavoro; 
  • Redigere un prospetto paga in cui sono indicati gli importi della retribuzione, dei contributi INPS e delle eventuali trattenute fiscali; 
  • Consegnare al lavoratore la copia del prospetto paga entro il giorno della retribuzione; 
  • Dichiarare i redditi del lavoratore all’Agenzia delle Entrate. 

Novità per l’anno 2024 

Per l’anno 2024, sono previste alcune novità in materia di contributi INPS per i lavoratori domestici: 

  • Aumento dell’aliquota contributiva per i contratti a tempo determinato: l’aliquota addizionale passerà dall’1,40% all’1,50%; 
  • Introduzione del contributo per la maternità: a carico del datore di lavoro, per finanziare il congedo di maternità obbligatorio. 

 

Circolare INPS

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Minimi retributivi lavoro domestico: aumenti 2024

È stato siglato l’8 gennaio 2024 presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali l’accordo sugli aumenti dei minimi retributivi per il lavoro domestico – scaturiti dall’aumento del costo della vita come rilevato da indagine Istat – e che sono applicabili dal 1° gennaio 2024. 

Si tratta di variazioni ridotte, infatti, l’aumento rispetto al 2023 è del 0,56%. I datori di lavoro domestico, dunque, dovranno adeguare le paghe laddove avessero concordato importi minori a quelli previsti; nel caso in cui, invece, avessero stabilito retribuzioni oltre i minimi non dovranno fare nulla in quanto gli aumenti saranno assorbiti da quanto concordato individualmente. 

Variazioni minimi retributivi lavoro domestico 

L’aggiornamento periodico delle retribuzioni è previsto dal Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro Domestico approvato nel 2020. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali convoca la Commissione nazionale per l’aggiornamento retributivo entro e non oltre il 20 dicembre di ogni anno, al fine di analizzare quanto rileva l’Istat al 30 novembre di ciascun anno.  

Le eventuali successive convocazioni avvengono, poi, ogni 15 giorni e dopo la terza convocazione (prevista dall’art.38 del C.C.N.L. lavoro domestico), laddove non si sia raggiunto un accordo sui minimi retributivi, il Ministero agisce in qualità di delegato da parte delle Associazioni di categoria e dei sindacati a stabilire le variazioni da applicare. 

Proprio nel caso dell’accordo siglato a gennaio 2024, ad esempio, le Associazioni dei datori di lavoro hanno deciso di non aderire in quella specifica sede, pertanto, il Ministero ha proceduto con le determinazioni dell’aumento dei minimi retributivi. 

Hanno, partecipato: 

  • Fidaldo: Federazione Italiana datori di lavoro domestico; 
  • Domina: Associazione nazionale famiglie datori di lavoro; 
  • Filcams Cgil; 
  • Fisascat Cisl; 
  • Uiltucs; 
  • Federcolf. 

Come si stabilisce la retribuzione nel lavoro domestico? 

Anche in questo settore, le metriche che si utilizzano per stabilire le retribuzioni sono le medesime che in altri. Si opera, quindi, in relazione a quantità e qualità della prestazione lavorativa secondo quanto sancisce l’articolo 36 della Costituzione (Cass.834/1989) 

Pertanto, tale principio implica che il parametro di retribuzione minima e sufficiente sia quello determinato dalla contrattazione collettiva nazionale. Oltre a ciò, l’articolo 32 del CCNL – “retribuzione e prospetto paga” – indica gli elementi che compongono l’intera retribuzione del lavoratore domestico, convivente o non convivente: 

  • retribuzione minima contrattuale di cui all’art. 33, comprensiva per i livelli D e D super di uno specifico elemento denominato indennità di funzione;  
  • eventuali scatti di anzianità di cui all’art. 35; 
  • eventuale compenso sostitutivo di vitto e alloggio; 
  • eventuale superminimo. 

Cosa cambia con i nuovi minimi retributivi? 

Di fatto, con gli aumenti dei minimi retributivi nel lavoro domestico la situazione attuale sarà questa che segue: 

  • una colf livello B registrerà un incremento di 0,04 € per ogni ora lavorata, per cui la retribuzione minima oraria passerà da 6,58€ a 6,62 €; 
  • per le badanti conviventi con persona non autosufficiente, livello Cs, la retribuzione minima salirà da 1.120,76€ a 1.127,04 € al mese, per cui l’aumento dello stipendio sarà di 6,28 €. 

Vitto e alloggio nel lavoro domestico 

Nel caso in cui il lavoratore domestico conviva con i datori di lavoro, in funzione dell’inquadramento contrattuale ha diritto a godere di vitto e alloggio, oltre alla retribuzione in denaro per la prestazione.  

Anche i valori in relazione a vitto e alloggio sono soggetti a valutazione e determinazione annuale in riferimento alla contrattazione collettiva e fanno parte della trattativa di secondo livello che ha luogo presso Ebincolf con presenza e accordo dei soggetti firmatari. 

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