Il lavoro domestico rappresenta una componente fondamentale del tessuto sociale ed economico, fornendo supporto essenziale alle famiglie. Recentemente, una sentenza della Corte di Cassazione ha evidenziato aspetti cruciali in merito alle differenze retributive e alla loro applicazione anche dopo il decesso del lavoratore domestico.
La sentenza n. 26741/23 della Corte di Cassazione
La sentenza del 18 settembre 2023 ha rappresentato un punto di svolta nella protezione dei diritti dei lavoratori domestici, in particolare per quanto riguarda le differenze retributive richieste agli eredi dell’ex datore. Il caso specifico preso in esame riguardava la richiesta di pagamento per lavoro straordinario, mancato riposo settimanale e trattamento di fine rapporto (TFR) avanzata agli eredi di un datore di lavoro domestico deceduto. Gli eredi del datore deceduto, avevano presunto avanti alla Corte il carattere la saltuarietà del rapporto di lavoro domestico, nonché una disponibilità e mera benevolenza del lavoratore nei confronti di un ultraottantenne in cambio della sola ospitalità.
La Corte di Appello di Trento aveva confermato la sentenza del Tribunale che riconosceva il rapporto di lavoro a titolo oneroso e condannava gli eredi del datore di lavoro a pagare 40.908,19 euro.
La Corte ha stabilito che tali differenze retributive sono da considerarsi legittime e devono essere corrisposte anche post-mortem. In questo contesto, la Corte ha sottolineato che la prova del lavoro svolto, inclusi gli straordinari e il rispetto dei riposi settimanali, può essere fornita tramite testimonianze e documentazioni, rafforzando così la tutela dei diritti dei lavoratori domestici ed in questo caso è stata fornita tramite testimonianze, come quella del medico curante, e documentazione presentata dal lavoratore. Di contro, la Corte evidenzia come fosse onere degli eredi dell’ex datore di lavoro domestico, a cui non hanno adempiuto, provare la gratuità delle prestazioni rese.
La prova del rapporto di lavoro domestico
Proprio su questo aspetto la Sentenza ha posto l’accento, evidenziando l’importanza delle prove testimoniali e documentali. Gli eredi del datore di lavoro, dunque, hanno l’onere di dimostrare la gratuità delle prestazioni rese dal lavoratore domestico. La testimonianza di persone informate sui fatti, poi, e la presentazione di documenti pertinenti risultano cruciali per verificare le condizioni lavorative, comprese le ore di straordinario e il rispetto del riposo settimanale. Questo approccio garantisce che i diritti dei lavoratori domestici siano adeguatamente riconosciuti e tutelati, evitando che il lavoro svolto in nero o non dichiarato resti impunito.
Inoltre, la Corte di Cassazione evidenzia come in un giudizio instaurato nei confronti di pretesi eredi per il pagamento di debiti del de cuius, incombe su chi agisce, in applicazione del principio generale contenuto nell’art. 2697 c.c., l’onere di provare l’assunzione da parte del convenuto della qualità di erede, che non può inferirsi dalla mera chiamata alla eredità, non essendo prevista alcuna presunzione in tal senso, ma consegue solo all’accettazione dell’eredità, espressa o tacita, la cui ricorrenza rappresenta un elemento costitutivo del diritto azionato nei confronti del soggetto evocato in giudizio nella sua qualità di erede (Cass. 22/02/1988 n. 1885) e tuttavia la parte chiamata deve tempestivamente dichiarare di essere solo chiamato e non aver accettato.
I lavoratori extracomunitari nel settore domestico
Il settore del lavoro domestico vede spesso impiegati lavoratori extracomunitari che costituiscono una parte significativa della forza lavoro in questo ambito. Questi lavoratori, provenienti da contesti culturali e giuridici diversi, si trovano a doversi interfacciare con una complessa rete di norme al fine di poter comprendere e vedere riconosciuti i loro diritti. Per questo è importante che il diritto italiano sia correttamente applicato, per garantire equità e giustizia nei loro rapporti di lavoro.
L’applicazione del diritto italiano ai lavoratori extracomunitari
Un aspetto rilevante della sentenza citata riguarda proprio l’applicazione del diritto italiano ai lavoratori extracomunitari. La Corte di Cassazione ha ribadito che i diritti fondamentali, come il diritto a una retribuzione adeguata, devono essere garantiti a tutti i lavoratori, indipendentemente dalla loro cittadinanza. Questo significa che il principio di reciprocità, previsto dall’art. 16 delle preleggi, non può limitare il diritto del lavoratore straniero a percepire un’equa retribuzione secondo gli standard italiani. Questo principio è in linea con quanto stabilito dall’art. 36 della Costituzione italiana e rafforza la protezione dei lavoratori domestici extracomunitari, promuovendo un ambiente di lavoro equo e giusto.




